Quante volte la parola "inclusione" ha aperto una riunione del consiglio di classe senza cambiare nulla in aula il giorno dopo? L'Italia ha costruito, nel corso di cinquant'anni, uno degli impianti normativi sull'inclusione scolastica più avanzati al mondo. Ma tra la Legge 104 e la quotidianità di una quarta media con trenta ragazzi, un'ora di compresenza il martedì e un PEI firmato a novembre, la distanza è ancora grande.

Questo articolo è per i docenti curricolari che si sentono soli davanti a un piano educativo scritto da altri, per i dirigenti che cercano pratiche replicabili e per gli insegnanti di sostegno che vogliono smettere di essere "i tutori di uno solo" per diventare risorse dell'intera classe.

Oltre l'integrazione: il vero significato di inclusione scolastica

Integrazione e inclusione scolastica non sono sinonimi, anche se vengono usati così spesso da sembrarlo. L'integrazione inserisce un alunno con disabilità in un contesto pensato per altri: tocca a lui adattarsi al sistema. L'inclusione parte dal presupposto opposto: è il sistema che si ristruttura per rispondere alla diversità di tutti gli alunni presenti.

La Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità (2006), ratificata dall'Italia nel 2009, definisce l'istruzione inclusiva come un diritto non negoziabile. L'articolo 24 impegna gli Stati a garantire "un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli e un apprendimento continuo lungo tutto l'arco della vita", su base di pari opportunità e senza discriminazioni. Non si tratta di fare un posto in classe a qualcuno: si tratta di ridisegnare quella classe.

Il sociologo Steven Vertovec dell'Università di Gottinga ha introdotto il concetto di "superdiversità" per descrivere contesti in cui le differenze non sono eccezioni ma la norma. Nelle scuole italiane di oggi quella norma è già realtà: studenti con DSA, BES, background linguistici diversi, disabilità fisiche e cognitive condividono gli stessi spazi. Progettare per la media statistica è progettare per quasi nessuno.

La differenza che conta

L'integrazione adatta l'alunno al sistema. L'inclusione adatta il sistema all'alunno. La differenza non è semantica: determina su chi ricade il peso del cambiamento.

Il quadro normativo: dalla Legge 104 al Decreto Inclusione

L'Italia ha costruito la propria legislazione sull'inclusione scolastica in modo progressivo, con tre pilastri fondamentali che ogni docente dovrebbe conoscere.

La Legge 104 del 1992 è il punto di partenza: sancisce il diritto all'istruzione degli alunni con disabilità nelle classi comuni di ogni ordine e grado, garantisce l'assegnazione di un insegnante di sostegno e prevede l'elaborazione di un Piano Educativo Individualizzato. Dopo trent'anni il suo impianto di fondo rimane solido, ma l'applicazione è profondamente disomogenea sul territorio nazionale.

La Legge 170 del 2010 ha esteso le tutele agli alunni con Disturbi Specifici dell'Apprendimento, introducendo l'obbligo del Piano Didattico Personalizzato per dislessia, disgrafia, discalculia e disortografia. Ha anche codificato le misure compensative e dispensative: strumenti che oggi rientrano nella cassetta degli attrezzi di ogni docente attento, non solo di chi insegna in classi con alunni con diagnosi formale.

Il Decreto Legislativo 66 del 2017, modificato dal D. Lgs. 96/2019, ha riformato il sistema in profondità. Ha introdotto il nuovo modello di PEI basato sulla classificazione ICF dell'OMS, ha istituito il Gruppo di Lavoro Operativo (GLO) come sede collegiale obbligatoria di progettazione e ha rafforzato il coinvolgimento della famiglia nel processo decisionale.

Il GLO rappresenta un cambiamento culturale prima ancora che procedurale: riunisce il docente di sostegno, i docenti curricolari, la famiglia, gli specialisti dell'ASL e, ove possibile, lo stesso alunno. L'obiettivo è superare la logica della delega e costruire una progettazione davvero collegiale. Se funziona, è uno strumento potente. Nella pratica, funziona troppo raramente.

Strumenti operativi: PEI, PDP e il ruolo del docente di sostegno

Il Piano Educativo Individualizzato è lo strumento centrale della didattica inclusiva, ma spesso diventa un documento di quaranta pagine che nessuno rilegge dopo novembre. Come si trasforma un adempimento burocratico in uno strumento di progettazione vivo?

È ampiamente riconosciuto nel dibattito pedagogico che l'efficacia del PEI dipende dal grado di reale coinvolgimento di tutte le figure professionali nel processo di elaborazione. Un PEI scritto dal solo insegnante di sostegno, senza il contributo dei colleghi curricolari e degli specialisti, non è un documento collegiale: è un piano individuale con più firme.

Tre principi per rendere il PEI uno strumento reale:

Obiettivi verificabili, non generici. "Migliorare le competenze sociali" è un auspicio, non un obiettivo. "Partecipare a un'attività di lavoro di gruppo almeno due volte a settimana entro marzo" è misurabile, monitorabile, utile.

Il PEI come specchio del progetto di vita. Il D. Lgs. 66/2017 ha introdotto esplicitamente il "progetto divita" come orizzonte della progettazione. Le competenze da sviluppare non sono solo disciplinari: includono autonomia, partecipazione sociale, capacità di orientamento nel quotidiano.

Il GLO come luogo di corresponsabilità reale. La tendenza a delegare la gestione dell'alunno con disabilità al solo insegnante di sostegno è una dinamica ricorrente nelle scuole italiane, che vale la pena contrastare con consapevolezza. Il GLO è il meccanismo istituzionale per farlo, ma funziona solo se i docenti curricolari partecipano attivamente, non solo apponendo una firma al verbale.

Il Piano Didattico Personalizzato per gli alunni con BES e DSA segue una logica analoga. Va costruito con la famiglia, aggiornato ogni anno, condiviso con tutti i docenti del consiglio di classe. Le misure compensative (mappe concettuali, calcolatrice, sintesi vocale) non sono vantaggi: sono strumenti che livellano un campo di gioco strutturalmente sbilanciato.

La delega al sostegno è un rischio sistemico

Quando la gestione dell'alunno con disabilità ricade interamente sull'insegnante di sostegno, l'inclusione scolastica si riduce a presenza fisica. L'alunno è in classe, ma la classe non è cambiata per accoglierlo.

La carenza cronica di insegnanti di sostegno specializzati aggrava ulteriormente il quadro. La discontinuità degli incarichi, spesso assegnati ad anno già avviato e cambiati di anno in anno, compromette quella continuità relazionale ed educativa su cui qualsiasi progettazione individualizzata dovrebbe poggiare. È una delle criticità più documentate del sistema, e una delle più difficili da risolvere senza interventi strutturali di sistema.

L'IA e l'Ed Tech come alleati dell'accessibilità

La principale obiezione dei docenti curricolari alla didattica inclusiva è il tempo: differenziare i materiali per livelli diversi di apprendimento richiede ore che non ci sono. L'intelligenza artificiale generativa cambia questa equazione in modo concreto.

I modelli linguistici di ultima generazione permettono ai docenti di produrre in pochi minuti versioni semplificate di un testo, versioni con linguaggio ad alta leggibilità per la dislessia, schemi riassuntivi, glossari visivi, esercizi con gradazione di difficoltà. Non sostituiscono la professionalità pedagogica del docente: riducono il costo operativo della personalizzazione.

Alcune applicazioni concrete per la scuola italiana:

Semplificazione linguistica. Un docente di storia può incollare un brano del manuale in un modello AI e richiedere una versione in linguaggio semplificato, mantenendo i contenuti chiave. In trenta secondi ottiene un testo accessibile a un alunno con disabilità intellettiva lieve o con difficoltà di comprensione del testo scritto.

Differenziazione delle consegne. La stessa attività può essere declinata su tre livelli: base, intermedio, avanzato. L'AI genera le tre versioni partendo dalla consegna originale. Il docente decide quale distribuire a chi, senza che la classe percepisca la differenziazione come stigmatizzante.

Supporto alla Comunicazione Aumentativa e Alternativa. Per gli alunni che utilizzano sistemi CAA, strumenti digitali specifici integrano simboli pittografici con testo scritto. L'AI può aiutare a strutturare attività e messaggi compatibili con questi sistemi, riducendo il tempo di preparazione del materiale.

Feedback personalizzati su misura. Correggere compiti differenziati richiede commenti differenziati. Un docente può usare l'AI per generare una prima bozza di feedback adattata al livello e agli obiettivi del PEI, affinata poi con la propria conoscenza diretta dell'alunno.

Punto di partenza pratico

Prendi una pagina del manuale in adozione e chiedi a un modello linguistico di riscriverla in tre livelli di difficoltà. Confronta i risultati con ciò che avresti scritto tu. In dieci minuti capirai dove lo strumento aiuta e dove serve ancora il tuo giudizio professionale.

Oltre all'AI generativa, l'EdTech offre strumenti già consolidati per l'accessibilità: sintesi vocale e text-to-speech integrati in Google Workspace e Microsoft 365 per gli alunni con dislessia, OCR e lettori di schermo per rendere accessibili i materiali cartacei digitalizzati, software per mappe mentali come strumenti compensativi, piattaforme di apprendimento adattivo che modulanoautomaticamente la difficoltà in base alle risposte dell'alunno.

Il nodo critico non è la disponibilità degli strumenti: molti sono gratuiti o già inclusi nelle licenze istituzionali. Il nodo è la formazione. Vale la pena considerare come, nel contesto italiano, l'investimento nell'architettura normativa dell'inclusione abbia spesso superato quello nella formazione continua dei docenti curricolari, che rimangono frequentemente privi di strumenti concreti per tradurre i principi in pratica quotidiana.

Gestione della classe: strategie per docenti curricolari

Un insegnante di matematica con vent'anni di esperienza non deve diventare uno specialista di neuropsicologia. Deve però conoscere alcune strategie di base che rendono la sua didattica accessibile a più alunni, senza costruire percorsi paralleli che emarginano invece di includere.

Universal Design for Learning

Il framework UDL, sviluppato dal CAST (Center for Applied Special Technology), propone di progettare le attività didattiche pensando fin dall'inizio alla variabilità degli apprendenti. Si articola su tre principi: offrire molteplici mezzi di rappresentazione (testo, audio, video, immagini), molteplici mezzi di azione ed espressione (scritto, orale, visivo, pratico), molteplici mezzi di coinvolgimento (scelta, autonomia, rilevanza percepita).

Applicare l'UDL non significa creare trenta lezioni diverse. Significa scegliere attività che per natura ammettono più modalità di partecipazione, così che la differenziazione sia strutturale, non aggiuntiva.

Apprendimento cooperativo strutturato

Il lavoro di gruppo non è inclusivo di per sé. Un alunno con disabilità lasciato in un gruppo senza ruoli definiti spesso diventa spettatore involontario. L'apprendimento cooperativo strutturato (Jigsaw, Think-Pair-Share, tecnica dei numeri) assegna ruoli specifici e garantisce che ogni membro del gruppo abbia un contributo indispensabile al risultato comune.

David Johnson e Roger Johnson dell'Università del Minnesota hanno documentato in decenni di ricerca che l'apprendimento cooperativo ben strutturato migliora i risultati accademici per tutti gli studenti, compresi quelli con bisogni educativi speciali, e ha effetti positivi sulle relazioni sociali all'interno del gruppo classe.

Valutazione flessibile e corresponsabile

La valutazione è il punto di maggiore resistenza culturale. Molti docenti temono che valutare in modo differenziato comprometta l'equità. I dati invertono questa posizione: valutare tutti con lo stesso strumento in presenza di bisogni diversi non è equo, è uniforme.

Per gli alunni con PEI, la valutazione si riferisce agli obiettivi del piano individualizzato. Per gli alunni con PDP, le misure dispensative (ad esempio, non valutare l'ortografia per un alunno con disortografia) sono un diritto codificato dalla Legge 170, non una concessione discrezionale del singolo docente.

L'impatto sull'intera classe

L'inclusione scolastica viene presentata troppo spesso come un costo per gli altri alunni: tempo sottratto, attenzione divisa, ritmo rallentato. Le ricerche più solide restituiscono un quadro diverso. Le classi con una gestione inclusiva efficace mostrano livelli più alti di coesione sociale, maggiore tolleranza alla frustrazione e migliori competenze collaborative. Imparare a lavorare con chi è diverso da sé sviluppa capacità che nessun manuale insegna esplicitamente.

Gli Stati Parti riconoscono il diritto delle persone con disabilità all'istruzione. Allo scopo di realizzare tale diritto senza discriminazioni e su base di pari opportunità, gli Stati Parti garantiscono un sistema di istruzione inclusivo a tutti i livelli.

Convenzione ONU sui Diritti delle Persone con Disabilità, Art. 24

Le nuove Indicazioni Nazionali e il rischio di arretramento

Le nuove Indicazioni Nazionali, in vigore dal 2026-2027, hanno aperto un dibattito acceso nella comunità pedagogica italiana. Diversi esperti e istituti di ricerca pedagogica hanno segnalato il rischio di un arretramento verso un modello trasmissivo e disciplinare, meno centrato sulla persona e sulla personalizzazione dei percorsi didattici.

La preoccupazione non è teorica. Se il nuovo documento sposta il baricentro verso contenuti disciplinari standardizzati e valutazioni omogenee, il rischioè che la spinta verso la differenziazione perda il sostegno strutturale del curricolo nazionale, relegando l'inclusione a pratica volontaria dipendente dalla sensibilità del singolo docente.

L'impatto concreto sulle pratiche quotidiane è ancora incerto: dipenderà in larga misura dalle scelte dei singoli istituti, dai piani di formazione del corpo docente e dalla capacità delle scuole di mantenere una cultura dell'inclusione anche in un contesto normativo meno favorevole. È un punto che richiede attenzione attiva da parte delle comunità scolastiche nei prossimi anni.

Cosa significa tutto questo in classe domani mattina

L'inclusione scolastica non si risolve con un documento o uno strumento digitale. Si costruisce ogni giorno, in ogni ora di lezione, attraverso scelte micro: come si forma un gruppo, come si formula una consegna, come si risponde a un errore, a chi si chiede di sintetizzare ad alta voce.

Alcune cose concrete che ogni docente curricolare può fare subito:

  1. Partecipare attivamente al GLO, non solo come presenza formale. Portare al tavolo la propria conoscenza dell'alunno nel contesto disciplinare specifico.

  2. Leggere il PEI per intero, non il riassunto. Gli obiettivi del piano educativo devono orientare anche la progettazione curricolare ordinaria.

  3. Sperimentare un prompt AI per differenziare un testo o una consegna. Una mezz'ora di prova basta per capire cosa lo strumento può fare e dove serve ancora il giudizio professionale.

  4. Strutturare almeno un'attività cooperativa al mese con ruoli assegnati, così che ogni alunno abbia un contributo definito e non rinunciabile. Le buone pratiche documentate dall'Associazione Italiana Dislessia e i modelli sviluppati da istituti che hanno investito sulla cultura inclusiva mostrano che le scuole con i risultati migliori non sono necessariamente quelle con più risorse: sono quelle con più cultura condivisa. E la cultura si costruisce un consiglio di classe alla volta.

La tecnologia aiuta. La norma garantisce. Le relazioni fanno l'inclusione scolastica.